Ventura, Tavecchio, blocco Juve: Italia, la colpa è di tutti

Sulla disfatta storica dell’Italia scriveranno in tanti. Anzi, in tantissimi. La stampa italiana, quella estera (che già si diverte a schernirci, ma anche questo fa parte del gioco), blogger, opinionisti, vecchie glorie, vecchi (e basta), politici, vip e anche quelli che si sono limitati a vedere solo le due partite con la Svezia.

Per descrivere bene il mio pensiero su questo epilogo inglorioso, vorrei partire da un gesto che mi ha colpito. E’ appena iniziato il secondo tempo e un collaboratore di Ventura chiede a De Rossi di scaldarsi. La sua reazione è emblematica. Si lamenta, sbotta, esterna tutto quello che si è tenuto dentro da troppo tempo. Ha la stessa reazione che ho avuto io. “Ma perché cazzo vuoi farlo entrare?”

Il gesto è tanto istintivo quanto sintomatico di qualcosa che si era rotto all’interno dello spogliatoio. O più semplicemente, come credo, non si era mai creato. La squadra non era con Ventura e forse non lo è mai stata. Ed è comprensibile. Intendiamoci: prendere in eredità una squadra di Conte non è affatto semplice. Perché Conte ti fa innamorare delle sue squadre, del suo modo di vivere la partita: è un Gattuso che gioca una partita delle sue, ma fuori dal campo. Ventura ha tutto un altro modo di stare in panchina. Le sue facce, segnate da un sentimento di rassegnazione e completa assenza dal reale, si potevano ben adattare al mio sguardo durante un esercizio di fisica al liceo classico, non a lui. Non a un allenatore che aveva come obiettivo minimo quello di portarci ai Mondiali. Non a un allenatore che si è trovato ad allenare calciatori che un Mondiale lo avevano già vinto. E qui si scopre il primo errore. La scelta di Ventura, operata da Tavecchio e dalla Federazione, appare insensata. Per la Nazionale serve qualcuno che abbia vissuto una spedizione mondiale da dentro, da giocatore, o che comunque abbia alle spalle una storia vincente che possa legittimarne la scelta. Ventura, che ha avuto comunque il pregio di avere squadre in grado di esprimere un gioco spumeggiante e che ha sempre valorizzato i giovani, non ha questo passato alle spalle.

Nella gara di ritorno con la Svezia ha dimostrato al mondo che non stava più capendo una mazza. Diciamolo. E si potrebbe qui discutere in lungo e in largo su teoremi tattici, ma lascio questo compito a tutti quelli bravi, o che credono di esserli. A me sono bastati tre piccoli dettagli per capire che c’era qualcosa di assolutamente sbagliato, che Ventura non vedeva l’ora che finisse tutto. Come se dovesse svegliarsi da un incubo.

Jorginho: chiamarlo prima, no?

Partirei volentieri da Jorginho. Mai, ripeto MAI, convocato da Ventura durante i suoi due anni da Ct. In un’Italia che, dopo l’era Pirlo, non riusciva a trovare un calciatore in grado di dare un minimo di gioco, stavamo per farci sfuggire anche Jorginho. Può piacere o non piacere, su questo non ci sono dubbi. Ma stiamo parlando del centrocampista titolare del Napoli di Sarri, una delle squadre con il più bel palleggio degli ultimi anni. In una squadra apparsa spesso senza idee e senza un giocatore in grado di verticalizzare, diciamo che un pensierino su di lui l’avrei fatto già qualche mese fa. Convocato quasi in modo plebiscitario dai tifosi, Ventura gli affida le chiavi del centrocampo nella partita più importante per la Nazionale. Pensava, forse, di pescare un coniglio dal cilindro. Ed effettivamente, per poco non ci è riuscito. Ma l’improvvisazione, specie a questi livelli, non paga quasi mai.

4-2-4, 3-5-2, 3-4-3: una confusione tattica inaccettabile

Italia Ventura

Ventura non ha sbagliato modulo e non ha sbagliato nemmeno l’idea di gioco. Semplicemente perché non ne ha scelta una. I calciatori sembravano non avere un’idea precisa di cosa dovessero fare in campo: un possesso palla sterile portato avanti, per lo più, dai tre difensori centrali. Qualche lancio lungo (contro gli svedesi che hanno soltanto fisici statuari come caratteristica), nel dubbio palla a Candreva e segno della croce. Insigne che entra al posto di Verratti come mediano è stato il segno più tangibile di una confusione tattica inaccettabile. Ma non il solo. Già il fatto che Ventura abbia mandato a scaldare Astori dopo l’infortunio di Bonucci veste i tratti dell’assurdo: in una gara che devi solo vincere, con una linea a 3, sprechi un cambio per far entrare un difensore centrale per un altro. Ma inserire un attaccante e provare la linea a 4, no? A fine partita poi, l’epilogo inglorioso. 5 attaccanti in campo e nessuna idea. Inserire Bernardeschi, panchinaro di una Juve che oggettivamente è partita al di sotto delle aspettative, anziché Insigne mi ha fatto venire i brividi.

La BBBC e lo spettro di Cardiff

Lo so, lo so, sparare sul blocco Juve (o ex) è un po’ come sparare sulla croce rossa. Senza di loro, negli ultimi anni, l’Italia non sarebbe nemmeno arrivata a questi maledetti play off. La mia sensazione, però, è quella che le tante sconfitte patite dai bianconeri in partite decisive in ambito europeo (le due finali di Champions su tutte), abbiano creato delle crepe nella loro mentalità vincente. Sono arrivati troppe volte all’ultima partita, alla fine di un ciclo. Doveva esserla già la finale contro il Barcellona, ma tutto è stato rimandato a quella di Cardiff. Da lì in avanti, è come se si fossero resi conto che forse doveva andare così. Non c’è più quella fame che ha contraddistinto il blocco bianconero e non è un caso che Bonucci abbia deciso di andarsene. Hanno mollato. Perché è meglio non arrivare in fondo alle competizioni europee, piuttosto che arrivarci e perderle. Tra gli svedesi pochissimi erano i calciatori con una certa esperienza a livello internazionale. Anzi, nessuno. Eppure questo gli ha permesso di mantenere quell’umiltà, quel coltello fra i denti con cui ci hanno attaccato alle spalle per farci cadere. Le lacrime di Buffon, che hanno commosso il mondo del calcio, si vanno sommare a quelle di Cardiff e ancora prima a quelle di Barzagli dopo l’eliminazione di Euro 2016. La sensazione è quella che si sia creato un blocco psicologico importante, una paura e una rassegnazione di fondo nelle partite decisive. Come se già si sapesse che alla fine andrà male. E, proprio in virtù di questo, i capisaldi su cui si basava il gruppo azzurro non sono riusciti a trasmettere la mentalità giusta per vincere ai giovani.

Una nuova sfida, i Mondiali del 2022

Gli italiani, si sa, sono un popolo caparbio, che in mezzo alle difficoltà hanno sempre tirato fuori il meglio. Calcisticamente parlando, come movimento nazionale, abbiamo toccato il fondo. Ed è arrivato il momento di rifondare, per cercare di tornare ad avere quella squadra in grado di competere con le grandi nazionali europee. Puntare sui giovani pare essere l’unica soluzione in grado di offrire un futuro a questa nazionale. Sarà una sfida difficile, ma stimolante. Con un unico obbiettivo in testa: Qatar 2022. 

 

 

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