Datemi abbastanza medaglie e io vincerò ogni guerra

Il calcio non è uno sport individuale. Cristiano Ronaldo non è una pippa per essere uscito dal Mondiale. Messi non è una pippa per aver sbagliato 3 mesi di Mondiali in 15 anni di carriera.

Mbappé non è Il Fenomeno, pur essendo un talento formidabile che, per la cronaca, non corre neanche più veloce di Bolt, come scritto da qualche parte, perché 20 metri non sono 100 metri neanche se vostra moglie sbaglia parcheggio da quando l’avete convinta che i vostri 12 cm in realtà sono 22.

Quando Van Basten vedeva i suoi compagni preoccupati nello spogliatoio, diceva loro: “Quando siete in difficoltà, passatemi la palla e correte ad abbracciarmi”.
Questo è il lavoro del fuoriclasse, ma nessuno nella storia è mai stato in grado di vincere da solo, neanche Maradona, che aveva una signora squadra che lo circondava così come l’avevano Cruijff, Pelé, Van Basten, Ronaldo e Zidane.

Così come ce l’ha Mbappé, che di anni ne ha 19 e nessuno si azzarda a dire che va aspettato o che deve crescere.
Quando leggete che il 25enne Politano o il 26enne Verdi sono alcuni dei giovani talenti su cui costruire il futuro dell’Italia, cancellate quegli status in cui scrivete che l’Italia al Mondiale dovrebbe partecipare di diritto e bruciate nel caminetto il giornale che avete appena letto.

L’Italia al Mondiale non c’é perché è più scarsa di chi si è qualificato e lo sarà ancora per qualche tempo, almeno culturalmente, almeno finché non la smetteremo di raccontate che Sarri, Sampaloli, Bielsa e altri scienziati sono dei geni incompresi solo per riempire pagine web e mezzore televisive.

L’Italia non andrà al Mondiale finché non capiremo che l’allenatore non è un alchimista, non può trasformare il piombo in oro. L’Ajax non ha vinto per Michels; il Milan non ha vinto per Sacchi; il Barcellona non ha vinto per Guardiola; il Real Madrid non ha vinto per Zidane. Lippi non ha vinto un Mondiale da solo. I grandi allenatori hanno grandi meriti, certo, fino a quando non cominciano a riempire la bocca degli storytellers più delle giocate di chi va in campo.

Il calcio è uno sport collettivo, motivo per cui Francia e Uruguay sono passate rispetto a due squadre fuoriclassecentriche.
I fenomeni servono, sono il calcio, senza Cavani e Suarez l’Uruguay non sarebbe ai quarti, senza Schiaffino non avrebbe vinto nel 1950, senza Tabarez non potrebbe sognare di arrivare a Mosca.

Sì, perché l’allenatore è importante come qualsiasi Generale, che le guerre, però, non le vince solo con il suo miglior soldato, ma senza Messi e Ronaldo negli ultimi anni ci saremmo divertiti molto meno.

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