Il viaggio di Pep Guardiola: una filosofia in costante mutamento

Pep Guardiola è passato da Barcellona, dove i suoi princìpi legati al gioco di posizione erano parte fondante della filosofia del club, al Manchester City, dove – dopo l’esperienza sulla panchina del Bayern – si è messo alla prova adattando il suo sistema ad un calcio completamente diverso da quello spagnolo.

Paulo Coelho in una delle sue opere letterarie più importanti, l’Alchimista, parla della costante ricerca della propria identità, dell’importanza del percorso piuttosto che del traguardo, spingendo il lettore a vivere una situazione di costante rivalutazione delle proprie idee.
Pep Guardiola, dopo la fantastica epopea blaugrana che lo ha consacrato ad uno dei migliori allenatori della storia del gioco si è preso un anno di pausa per poi ripartire al Bayern Monaco, adattando relativamente il proprio pensiero, vista la qualità della rosa e il divario tecnico con le altre squadre della Bundesliga.
Il vero banco di prova è arrivato a Manchester, sponda City, dove è stato chiamato a consacrare definitivamente a livello nazionale ed internazionale una squadra che non era riuscita a consolidare la propria legacy nemmeno in Inghilterra nonostante le grandi spese della società, forte della possibilità dello sceicco Mansour dal suo sbarco nel calcio che conta.
Dopo una prima stagione di ambientamento, in cui non sono arrivati titoli e non si è visto il tanto decantato gioco di posizione di marca catalana (situazione che ha avvalorato la tesi dei più critici nei confronti di Pep), Guardiola ha quest’anno trovato la quadratura del cerchio, passando come un rullo compressore sulla Premier League e procedendo senza intoppi la campagna europea in Champions senza mai andare realmente in difficoltà nemmeno nel doppio confronto con il Napoli di Sarri, una delle migliori squadre d’Europa, a detta dello stesso Guardiola.
“Sono più tifoso che allenatore. Per questo scelgo le squadre da guardare. Gli azzurri giocano un bel calcio, simile a quello del club catalano, come gli Spurs. Vincere con il Napoli due volte in due settimane è un’impresa incredibile. Affrontavo uno dei più forti allenatori tra quelli che ho incontrato nella mia carriera. Nella prima mezz’ora ci hanno massacrato.”
Attestati di stima evidenti che dimostrano la costante ricerca di Guardiola, la passione che lo ha spinto a non fermarsi mai e a non sedersi sugli allori nonostante i risultati raggiunti.

Il calcio per Pep: un’ossessione

Nel libro ‘Herr Pep’ di Marti Pernau, giornalista catalano che ha avuto il piacere di seguire la stagione di Guardiola sulla panchina del Bayern, sono stati riportati diversi passaggi che hanno evidenziato la totale abnegazione dello stesso Guardiola per il suo lavoro, visto prima come una passione che come una vera e propria professione.
Nel libro sono descritti segmenti in cui il trainer catalano affermava di soffermarsi spesso a pensare di tattica e di calcio in generale anche durante conversazioni che non riguardavano il gioco in senso stretto.
Ed è questa ossessione quasi malata ad aver spinto il trainer catalano a costruire il gioiello perfetto che risponde al nome di Manchester City 2017/18.
La spesa esosa in difesa operata nelle ultime due sessioni estive del calcio mercato ha portato molte critiche a Guardiola, reo di aver acquistato a peso d’oro dei giocatori non di primissima fascia come Stones o di aver speso troppo per altri elementi non considerati dal valore così alto (consultare la voce Mendy, ad esempio).
Nonostante ciò, la scelta di Herr Pep sta pagando i suoi dividenti. L’allenatore ha capito che per ricreare un contesto ideale soprattutto a livello difensivo, fosse necessario acquistare dei veri e propri diamanti grezzi, costruendoli da zero per poterli utilizzare con dividendi positivi in quei palcoscenici da dove il City vorrebbe uscire vincitore.
Il parallelismo tra Stones e Piqué risulta dunque evidente, con il numero 3 del Barça che è tornato al Camp Nou dopo essere cresciuto sotto l’ala protettiva di Sir Alex Ferguson al Manchester United una volta abbandonata la Masìa ed è quindi sbocciato all’interno del Barcellona 2008/2009.
A centrocampo la lente di ingrandimento non può che cadere su Fernandinho. Guardiola ha dimostrato una volta per tutte la sua conoscenza a 360° del gioco, dando un compito al brasiliano che è perfettamente nelle sue corde (come stiamo vedendo in questa stagione), memore dell’esplosione del suo metronomo allo Shakhtar di Mircea Lucescu, dove Fernandinho giocava sulla trequarti ed era il principale riferimento offensivo degli ucraini.
Il numero 25 sta rappresentando il ruolo del metronomo ideale di una squadra Guardiolana, generando continue linee di passaggio per i compagni frutto di un movimento in campo costante abbinato alla sagacia tattica del brasiliano, che può fornire un ottimo apporto in fase di non possesso, situazione in cui è andato in difficoltà nelle ultime edizioni dei Citizens, dove veniva sfruttato più come intenditore che come mente della squadra.

Metamorfosi De Bruyne: ora è il Messi del City

Ultimo ma non meno importante è il lavoro di Guardiola con i giovani. Per sua stessa ammissione lavorare con tranquillità con ragazzi usciti dal settore giovanile in Inghilterra non è per niente facile.
Nonostante ciò, è riuscito a rendere uno dei migliori prospetti del calcio inglese, Phil Phoden, il quarto inglese più giovane di sempre a debuttare in Champions League.
Inoltre, va segnalato il lavoro fatto con giocatori non più in tenera età come Sterling e Sané, resi molto più completi a livello globale e molto più idonei ad un gioco di possesso rispetto alle schegge impazzite che erano prima di incontrare Guardiola.
Tutto questo dando sempre un occhio al contesto, un occhio ad un mondo come quello della Premier, fatto anche di intensità e (spesso) di disordine. E allora ecco che il City non cerca di creare in continuazioni triangoli ma non disdegna anche la ricerca della verticalità.
Una verticalità che corrisponde all’ascesa di De Bruyne nel calcio panorama calcistico mondiale, ascesa che corrisponde all’incontro del belga con Guardiola.
De Bruyne è il Messi di questo City, un giocatore fortissimo che Guardiola ha saputo rendere fuoriclasse con la sua maieutica.
Sempre guardando al contesto intorno a sé e studiando in continuazione nuove idee.
Guardiola, nonostante i risultati conseguiti durante un percorso che definire roseo è un eufemismo, non smette mai di innovarsi come se fosse ancora alla ricerca della sua identità, come se dubitasse costantemente delle proprie idee.
Un po’ come nell’Alchimista di Paulo Coelho.

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