Andrea Scanzi: ten talking points

Penna acuminata del Fatto quotidiano, volto tv, fustigatore della politica, grande appassionato di sport e sommelier professionale. Ben più di quattro chiacchiere con il giornalista uscito in libreria con Renzusconi, che alla fine ci ha consigliato il miglior vino per goderci i Mondiali di calcio (senza l’Italia).

Andrea, mi sono sempre chiesto: se fossi un grande sportivo chi saresti?

«Mi piacerebbe dirti “Edberg”, ma come tennista purtroppo sono più uno alla Roddick: servizio e dritto. Un picchiatore. Da calciatore avevo piedi buoni, ma ero lento e con un caratteraccio. E preferivo l’assist al gol. Un mio amico mi chiama “Cannibale” perché dice che sono come Eddy Merckx: non mi accontento mai, sono competitivo e voglio vincere sempre tutto. Credo, e temo, che abbia ragione: quindi ti dico Merckx».

Tra i tanti argomenti di cui scrivi e parli c’è anche il calcio. Cosa continua ad affascinarti di questo gioco, nonostante molti motivi potrebbero spingere a sentirsi come degli amanti traditi?

«Non ho mai idealizzato il calcio, quindi non mi sento né deluso né tradito. Non sono mai stato un ultrà, ma fino al 2003 ero un tifoso che soffriva se perdeva. Ero allo stadio a Manchester quando abbiamo vinto la Champions League contro la Juve, e dopo quell’apice emotivo mi sono via via raffreddato. Ancor più dopo la sconfitta del “mio” Portogallo a Lisbona con la Grecia ad Euro 2004: ero al Da Luz e ci rimasi malissimo. Stramaledetto Charisteas. Ho avuto una netta fase di allontanamento, più o meno nella seconda metà degli Anni Zero. Il Mondiale del 2006 mi ha acceso pochissimo, il disastro col Liverpool l’anno prima mi ha ferito pochissimo. Ero proprio distante. Poi mi sono riavvicinato. Adesso il calcio mi diverte. Non me la prendo granché se il Milan perde, lo guardo perché mi piace e per cazzeggiare con gli amici oppure nella mia rubrica Ten Talking Points sul Fatto, che ha successo proprio perché è giocosa e nasce per scherzo. Il calcio è per me un passatempo che non fa danni, a volte esteticamente appagante e altre no. Uno svago che mi rilassa».

Tra i giocatori del passato hai amato molto Marco Van Basten, a cui hai dedicato anche uno splendido libro, e tra i tuoi preferiti c’è anche Manuel Rui Costa, tanto che anni fa ricordo ti firmavi Andrea “Rui” Scanzi. Puoi aggiungere qualcosa su questi due campioni che non sia già stato detto?

«Van Basten era la Bellezza applicata al calcio. Per me è stato un imprinting, anzi L’imprinting sportivo. Non potrei mai appassionarmi ad atleti privi di estetica, infatti adoro Muhammad Ali mentre mi indignava oltremodo la bruttezza teutonica di Bierhoff. Come disse Carmelo Bene di Marco: “Il lutto per il suo ritiro anticipato non si è mai estinto né mai si estinguerà”. Rui Costa incarnava il regista Elegante, che guardava sempre verso l’alto come Antognoni e sfornava assist: talentuoso e fragile, poco goleador, gli ho voluto bene. L’ho anche conosciuto: ragazzo intelligente. Sognai per anni di averlo al Milan e quando arrivò fu una festa, anche se il miglior Rui Costa resta quello visto a Firenze. Manuel è il “10” come lo immagino io».

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