“Dietro la porta – calciatori e manager quasi dimenticati”: l’intervista all’autore Stefano Ravaglia

Un calcio che non c’è più e la voglia di raccontarlo. Parte da questa necessità il nuovo libro di Stefano Ravaglia, storyteller classe ’85 con la passione per il Milan e per la narrativa sportiva.
Noi di Soccer Illustrated l’abbiamo intervistato per scoprire meglio come come è strutturata la sua ultima fatica e i motivi che l’hanno spinto ad intraprendere questa nuova avventura.

Ciao Stefano, “Dietro la Porta – calciatori e manager quasi dimenticati” tratterà 22 storie di giocatori e allenatori che, per vari motivi, non sono ricordati come dovrebbero. Puoi spiegarci come sarà strutturato il libro?

Si partirà dai giocatori. Ognuno sarà introdotto da una foto e da un sottotitolo. Ne snocciolerò la carriera, ma non sarà assolutamente un puro pistolotto statistico. Cercherò anzi di trasmettere le atmosfere del suo tempo, mi rifarò a esperienze personali se necessario, collegherò la sua vita a quella dei suoi luoghi d’origine e soprattutto al contesto storico. I giocatori saranno undici, al loro termine inizieranno le undici storie degli allenatori, allo stesso modo. Alla fine, ci sarà un ventitreesimo protagonista: il tredicesimo allenatore, tutto particolare, di cui avrete sentito parlare, seppur sotto mentite spoglie. Ma non voglio svelare altro.

Delle 22 storie raccontate nel libro qual è quella a cui sei più legato?

Così su due piedi ce ne sono due e riguardano due allenatori: uno è Brian Clough, l’altro è Arpad Weisz. Da amante del calcio britannico, la storia di Clough mi ha sempre affascinato, è la metafora di come nella vita si possa sfondare tenendo fede alle proprie idee e sfuggendo a quella cappa di retorica che circonda il pallone soprattutto ai tempi nostri. La fierezza di essere sé stessi, seppur questo comporti avere dei nemici. Ho visitato il City Ground qualche mese fa, ho calpestato il prato dove Brian aveva costruito i suoi successi con il Nottingham Forest in barba ai suoi detrattori ed è stata una grande soddisfazione. Sono sempre affascinato dalle persone non ordinarie. Per quanto riguarda Weisz, ero indeciso se inserirlo, perché lo aveva già nobilitato alla grande Matteo Marani con il suo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”. Nell’estate in cui ho scritto il libro, ho visitato Auschwitz e Birkenau. E ho ritenuto invece opportuno parlarne una volta in più, contribuendo anche nel mio piccolo a tenerne alta la memoria. Il tema dell’Olocausto l’ho sempre sentito vicino.

Il tuo libro parla di storie di uomini prima che di calcio, un espediente narrativo che ti permette di parlare delle sfaccettature di uno sport che non sembrano esserci più. Da cosa proviene questa necessità?
Sono sempre stato un “nostalgico”. Non per questo smetto di guardare avanti. Ma la memoria storica per me è fondamentale. E il calcio in questo senso è fortunatamente una miniera d’oro. Mi rattristo quando vedo oggi molti tifosi che sostengono una squadra senza conoscerne l’albo d’oro o almeno un po’ di storia. É come far parte di una grande famiglia e ognuno nella sua famiglia credo conosca il vissuto dei suoi parenti. In più una volta esistevano uomini, prima dei calciatori. Oggi non è quasi più così.

Ecco un altro dei protagonisti del libro: il portiere della Germania dell’est Peter Ducke

Che cosa ti manca di più del calcio di una volta?
Le divise. Le squadre erano più identificabili, i colori erano quelli classici. Inoltre mi manca l’ultima di campionato, una domenica di primavera inoltrata, con due o tre squadre a giocarsi lo scudetto in contemporanea alle quattro del pomeriggio. Non so quando rivedremo mai un finale così. Oggi si gioca di sera con la scusa del caldo, ma per cinquant’anni il campionato si è sempre giocato di pomeriggio, a settembre come a maggio. E soprattutto oggi si gioca a orari diversi, per usare un eufemismo. Lo spezzatino è divenuto ormai un esperto assassino del torneo. Non si vive più il pathos, oggi le squadre vincono gli scudetti in albergo, senza nemmeno dover giocare, perché la loro lontana rivale ha perso o pareggiato.

Quale personaggio della Serie A dei giorni nostri ha un background che avresti potuto raccontare sul tuo libro?
Su due piedi direi nessuno. Un po’ quello che dicevo prima: è difficile nel calcio italiano trovare tanti stimoli in generale, figuriamoci personaggi vintage. Pensandoci, credo che l’unico potrebbe essere Buffon, soprattutto per il suo esordio. A diciassette anni si rivelò subito a tutti a suon di parate. E disputò lo spareggio in Russia per andare al Mondiale nel 1997: quel campo innevato e quel ragazzino tra i pali sono un flebile tocco di romanticismo proveniente dal calcio di una volta.

In un calcio mediatico come quello odierno, in cui tra social e web le notizie e le storie viaggiano velocemente, cosa pensi serva ad un buono storyteller per trasmettere le giuste sensazioni al pubblico?
Credo sia fondamentale. Ho una vera e propria adorazione per un grande narratore come Federico Buffa. La sua capacità di farti entrare dentro una storia, è sensazionale. Oggi parliamo solo pigiando dei tasti o strisciando le dita su uno schermo. Dovremmo invece avere la capacità di sederci e ascoltare. Le storie vengono rese belle da chi le racconta. Una storia raccontata male da qualcuno, potrebbe sembrare più brutta. Federico colpisce nel segno, ma non è il solo. Il calcio è una straordinaria metafora della vita e questo è l’aspetto che i più superficiali continuano a non capire. Dietro un pallone che rotola ci sono le storie di vite e paesi, di luoghi e famiglie. E quindi troveremmo anche un po’ la nostra storia.

Dove potremmo trovare “Dietro la porta” e dove possiamo contattare te?
Il libro è edito dalla Urbone Publishing, una casa editrice fornitissima di tanti titoli sul calcio e la sua storia e punto di riferimento per gli appassionati. Lo troverete su www.urbone.eu, Amazon, Ebay, Ibs e nelle librerie che ne faranno richiesta. Per quanto riguarda il sottoscritto, potete trovarmi al mio profilo personale di Facebook, sulla mia pagina di scrittore “Stefano Ravaglia Writer”, e visitare il mio sito www.stefanoravaglia.com. Inoltre, per gli accaniti lettori come me, ho un blog dove conservo le recensioni di tutti i libri che leggo: traleparole.wordpress.com. Sempre su Facebook, da appassionato tifoso milanista e storico del football, non potevo poi che aprire una pagina di nome “Tradizione Rossonera”, dove troverete tante curiosità d’epoca sulla storia del Milan.

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