Tra graphic design e calcio: l’intervista a Carlo Libri

L’Avellino Calcio, tramite la propria pagina Facebook, si è reso protagonista di un curioso contest: ha dato l’opportunità al popolo della rete di disegnare la nuova maglia del club. Sempre più di frequente, ma più spesso all’estero,  le società stanno adottando questo espediente per farsi “regalare” materiale utile all’immagine della squadra: dalle maglie, alle campagne abbonamenti, passando per le presentazioni dei giocati. Abbiamo deciso di intervistare Carlo Libri, un noto e bravo graphic designer che si è misurato in questa prova.

1) Carlo, in primis voglio domandarti cosa significa per te essere un graphic designer. Come mai hai deciso di intraprendere questa professione?

Credo che essere un graphic designer per me significhi riuscire ad esprimere quotidianamente una piccola parte della mia personalità: mi permette di mettere in pratica la curiosità e la manualità che mi contraddistinguono e che riesco a sfogare all’interno di questo settore.
Contemporaneamente alleno parte delle mie insicurezze “costringendomi” ad espormi attraverso le mie grafiche ai feedback e ai giudizi degli altri. In un certo senso, è una professione attraverso la quale posso migliorare sotto più punti di vista.
Per me essere un grafico significa fare ciò per cui mi sento semplicemente portato: non ho mai saputo immaginare una vita professionale alternativa, se non fossi diventato un designer non so proprio che altro mestiere avrei fatto.
Mi ritengo un osservatore incontentabile, sempre alla ricerca del miglioramento, di quel dettaglio in più che fa la differenza: probabilmente non potevo che essere un designer!

2) Quali sono i lati negativi e positivi del tuo lavoro e come sei riuscito ad acquistare visibilità in questo ambito?

Credo che quello del designer sia un mestiere davvero poliedrico, che dà la possibilità di poter spaziare continuamente e questo è senza dubbio un lato positivo. Non è un mestiere banale, ripetitivo o monotono, c’è sempre qualcosa di nuovo che puoi imparare e fare, è una professione in continua evoluzione e aggiornamento.
In più, un designer può lavorare per clienti e in contesti di ogni tipo e questo lo porta a dover studiare anche realtà di altri settori per avere le conoscenze sufficienti a svolgere il suo ruolo al meglio.
A volte però può succedere che il designer (o il creativo in generale) sia una figura sottovalutata o addirittura poco rispettata: non si ha sempre la possibilità di poter interpretare secondo le proprie nozioni e conoscenze le esigenze del cliente, a volte il compito finisce per ridursi alla mera esecuzione delle idee di qualcun altro, si viene scambiati per lo smanettone di turno e nulla di più e questo può generare frustrazione, soprattutto se si ha tanta passione e voglia di lavorare bene.
Poi ci si trova a dover fronteggiare vari ostacoli più o meno comuni: pagamenti effettuati in ritardo a fronte di commissioni chiuse nei tempi previsti, mancanza di budget, mancanza di fiducia da parte del datore di lavoro o dei clienti nei confronti della professionalità e delle competenze del designer e chi più ne ha più ne metta.
Io nel tempo sono riuscito a costruire la mia carriera a piccoli step, partendo dalla bassa manovalanza e accontentandomi di fare esperienza. Da lì ho lavorato nel campo delle arti grafiche per poi passare all’abbigliamento sportivo e poi al mondo del calcio dove tutt’ora lavoro, visto che ho collaborato e collaboro con alcuni Club di Serie A, anche grazie ai miei concept che condivido sui social, lì mi sono guadagnato il mio piccolo spicchio di visibilità ricevendo feedback, opinioni positive e anche qualche proposta di collaborazione.

Sul profilo Instagram di Carlo Libri (carlo_libri) , ridisegna maglie del passato con i calciatori attuali

3) Come sei riuscito ad unire l’arte del graphic designer al calcio? Perché l’hai fatto?

La passione per il calcio l’ho avuta fin da ragazzino, come molti altri, anche se mi ci sono avvicinato relativamente tardi rispetto ai miei coetanei.
L’interesse per le maglie è sbocciato progressivamente: quando ero a scuola guardavo con una buona dose di invidia il classico compagno di classe un po’ più abbiente che, durante l’ora di educazione fisica, sfoggiava la maglia originale della sua squadra del cuore o di qualche altro team europeo. Tra l’altro in un’epoca dove la maglia da calcio non era un articolo di merchandise diffuso come oggi ed averne una o più di una era una cosa quasi da privilegiato, almeno ai miei occhi.
Quando ho iniziato a lavorare e le mie possibilità economiche sono cresciute le cose ovviamente sono cambiate: potevo comprarmi qualunque maglietta volessi e così facevo. Guardavo i capi sia con l’occhio del designer che con quello di chi quella maglia vorrebbe mettersela non solo per andare allo stadio o a giocare a calcetto ma anche in altri tipi di contesti. Osservavo i materiali, i colori, gli inserti, i dettagli. Così ho cominciato anch’io a disegnare qualcosina, delle idee fugaci, nulla di più.
Poi, qualche anno fa ho avuto la possibilità di lavorare all’interno di un piccolo brand di abbigliamento sportivo per il calcio, una bella occasione per approfondire il tema e unire due mie grandi passioni.
Curavo le divise da gara e l’abbigliamento tecnico per molte squadre dilettantistiche e alcune professionistiche ma alla lunga mi sono dovuto scontrare troppe volte con la soggettività di chi stava gerarchicamente sopra di me così ho iniziato una specie di “attività parallela”: in buona sostanza disegnavo per conto mio, davo libero sfogo alle mie idee in maniera del tutto libera e autonoma. Lo facevo e lo faccio principalmente per me stesso.
Ora raccolgo e condivido i miei concept principalmente su Behance, Facebook e Instagram e lo faccio con la voglia di mostrare le mie idee ma senza aspettarmi nulla.

Carlo Libri

4) Hai deciso di intraprendere una sfida cimentandoti nel contest dell’Avellino Calcio che ha dato la possibilità ai grafici come te di creare le divise ufficiali per la stagione 2018/2019. Cosa ti ha spinto a partecipare e perché l’hai fatto?

Uno dei motivi principali è stato ovviamente il premio in palio: la possibilità di vedere il set di maglie che sarei andato a progettare realizzato e indossato dai calciatori dell’Avellino nella prossima stagione è stata un’idea che mi ha affascinato moltissimo. Non capita tutti i giorni di poter accostare il proprio nome a quello di una squadra importante così ho deciso di cimentarmi in quella che, come hai detto tu, è stata una vera e propria sfida. Devo dire che non è stato facile: il tempo a disposizione era molto poco e Avellino è una realtà che non conosco benissimo, ho cercato quindi di informarmi più che potevo sia sulla storia della società che sullo sponsor tecnico che presumibilmente sarebbe andato a produrre il mio kit, particolare da non trascurare secondo me.
Volevo tirare fuori un’idea che non fosse assolutamente né banale né fuori luogo, il mio desiderio era quello di proporre un kit che trasudasse identità senza essere scontato, doveva essere qualcosa di mai visto prima sulle casacche irpine e, fortunatamente, penso di esserci riuscito.
Il set di maglie che ho ideato ha come protagonista il lupo, raffigurato sulla divisa non con la solita serigrafia piazzata sul fianco ma con una grafica tono su tono che occupa l’intero busto, un po’ come fa la Puma ultimamente sulle maglie delle Nazionali Africane che sponsorizza. Il lupo ha lo sguardo rivolto verso l’avversario, come a volergli dire “Noi siamo i più forti, noi siamo i lupi!”, il modello invece è abbastanza semplice, con colletto a girocollo e degli inserti a contrasto sulle maniche.
La divisa che ne esce ha secondo me la giusta dose di eleganza, aggressività, tradizione, modernità e innovazione.
Poiché l’appetito vien mangiando, ho deciso di sfruttare al massimo il flusso creativo che si stava via via facendo strada andando a creare una vera e propria campagna di comunicazione del kit che ho veicolato tramite i miei social per cercare di arrivare direttamente da Torino, dove vivo, ai tifosi di Avellino e spiegare loro perché dovevano scegliere il mio concept e il motivo era molto semplice: questa, secondo me, è la loro maglia!
Questo contest è stato si un modo per cercare di dar vita ad un mio progetto ma anche un’ottima occasione per creare qualcosa che vada oltre alla semplice presentazione di un’idea all’interno di un concorso: mi sono cimentato nella creazione di contenuti nuovi, ricevuto feedback positivi da tifosi, colleghi e addetti ai lavori e, anche se non sono riuscito ad arrivare alla finale, devo dire che è stata comunque una bella esperienza.

Carlo Libri Contest maglie Avellino

Le maglie realizzate da Carlo Libri per il contest

5) Il contest credo sia solo un punto di partenza, dove ti immagini in futuro? Come sarebbe lavorare per marche importanti come Nike e Adidas?

Il contest è stato un punto di passaggio, un’occasione, un’esperienza che, come già detto, mi ha permesso di sperimentare e sono molto contento sia di avervi partecipato che del risultato ottenuto. Cerco di esaminare l’idea a 360 gradi: credo che essere all’interno di grandi brand come Nike o Adidas significherebbe avere a che fare con grandi professionisti e lavorare ogni giorno senza tregua per i personaggi e le squadre top del mondo dello sport.
Sarebbe sbagliato limitarsi solo alla parte, benché corposa, relativa al calcio: si tratta di marchi che sfornano continuamente prodotti, linee di abbigliamento, scarpe e accessori e li comunicano attraverso ogni tipo di canale, hanno sotto contratto i migliori club di calcio, basket, rugby, ecc. e sponsorizzano i migliori atleti in circolazione, hanno store in tutto il mondo. Deve essere una mole di lavoro pazzesca e ritrovarcisi a stretto contatto ogni giorno sarebbe sicuramente un’esperienza fantastica.
Da designer e appassionato di calcio il primo pensiero va ovviamente a come sarebbe progettare le divise per questa o quella squadra ma la realtà credo che vada ben oltre questo. Sarebbe l’occasione ideale per capire cosa c’è dietro a dei brand così forti e influenti da decenni, capire come vengono studiati i trend, i prodotti, le strategie di comunicazione e di vendita, le sinergie che si creano con le squadre e gli atleti sponsorizzati. Mi sbilancio: potrebbe essere l’occasione di crescita definitiva sotto molti punti di vista. Poi magari mi sbaglio.

6) Per ultimo voglio che tu, attraverso piccole parole chiave, dia dei consigli a giovani che hanno intenzione di intraprendere il tuo stesso lavoro o che lo fanno già ma non riescono ad emergere.

Dipende da cosa intendiamo per emergere. Certo, tutti noi vorremmo lavorare per grandi brand ma è anche vero che il mestiere del designer e del creativo in generale è fatto di sfaccettature e possibilità infinite: un designer può spaziare dell’editoria al video, dal web ai social media, dall’illustrazione alla pubblicità.
Credo che sia giusto ambire al meglio ma credo anche che sia sensato trovare la propria dimensione, il modo migliore per rendere al meglio e ritagliarsi così la propria nicchia di mercato che magari non sarà ampissima ma che può dare comunque molte soddisfazioni.Non si tratta solo di accostare il proprio nome a quello di grandi marchi, si tratta di riuscire a fare qualcosa che dia vera gratificazione a noi stessi, tutti i giorni.
Una parola chiave che mi viene in mente è fame, credo che sia un concetto da cui non si possa prescindere. Bisogna avere fame, voglia di imparare, migliorare e rimettersi in gioco costantemente, non sentirsi mai arrivati e non accontentarsi del piccolo guadagno sicuro e immediato ma cercare di ragionare a lungo termine, di uscire dal selciato, soprattutto finché si è giovani e si hanno le condizioni per farlo.
Un’altra parola chiave è entusiasmo: come ho spiegato prima, il mestiere del designer può essere difficile per vari motivi. La cosa importante è non perdere mai l’entusiasmo di essere creativi, avere la forza di proporre sempre le proprie idee se le riteniamo valide, anche rischiando di andare contro clienti o datori di lavoro ottusi, cercare di dare libero sfogo alla nostra creatività e trovare la dimensione ideale in cui esprimerla.
L’ultima, poi ho finito, è cura dei dettagli.  “I dettagli fanno la perfezione la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio” credo dicesse Leonardo da Vinci ed io sono sostanzialmente d’accordo.
È necessario curare la propria esperienza visiva e cogliere ogni dettaglio in tutto ciò che vediamo ed avere lo stesso atteggiamento mentre lavoriamo. Può essere un dettaglio tecnico, estetico, strategico o di comunicazione: nulla va lasciato al caso. Anche questo fa la differenza.

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