Calcio e noir: “Voglio la maglia numero 11” (pt. 1)

Andrea Lasciva 20/12/2017

Eravamo compagni di classe alle superiori e compagni di squadra nella formazione Berretti del Fiorenzuola. Mi ricordo quando gli facevo un lancio e lui mi ringraziava: “Grande, fratello!” e s’involava sulla fascia sinistra, la mia stessa posizione, e poi con uno-due dribbling la insaccava nell’angolo destro.

Come non posso dimenticare di quando mi fece un bellissimo cross e io, in mezza rovesciata, la buttai dentro sentendomi come Griezmann contro la Roma.

Ma scusate, è giusto, prima bisogna presentarsi. Sono Andrea Lasciva e avevo 19 anni quando accadde questa storia. Avevo sulle spalle una vita sprofondata in un sogno. E l’amico al quale mi riferisco si chiama Marco Bevilacqua.

Tante le caratteristiche in comune, oltre agli anni e al fatto di giocare insieme. Forse un’unica differenza: lui biondo e io castano, ma dagli occhi dello stresso color corteccia. Per il resto, tutto corrispondeva: fidanzati entrambi, lui con Maggie ed io con Cassandra. Ma il dettaglio più importante coincideva: il numero 11 che avevamo sulla maglia. O, meglio, spieghiamoci bene, io avevo il numero quattordici poiché ero la sua riserva, però mi vedevo come il numero 11 tutte le volte che ne prendevo il posto quando entravo in campo. Come se, oltre ad avermi concesso spazio dopo quello schioccare di mani schiacciandoci un cinque, mi avesse passato anche il suo numero. O, per essere precisi, quello che io desideravo da tempo.

Mancavano tre giornate alla fine del campionato quando tutto ebbe inizio. E per tutto intendo il motivo per cui sto scrivendo: l’ardente voglia di prendere il suo posto e giocare finalmente titolare. La terzultima contro la Folgore di Carate di Brianza, una contro il Venezia e l’ultima contro il Piacenza. Noi eravamo primi a 68 punti e il Piacenza era secondo a 67, poi c’era la Cremonese terza a 64 punti. Una manciata di punti a poche giornate dalla fine.

Un’altra scena che non posso dimenticare è quando, tutte le volte che entravamo negli spogliatoi dopo gli allenamenti, la mia mano finiva sopra quella di Marco – anche se mio rivale – veniva coperta da quella degli altri compagni di squadra per innalzarsi all’unisono in un grido di giubilo in onore della vittoria del campionato che ormai appariva vicina… anche se, però, c’era il derby all’orizzonte.

La prima contro la seconda. Un paesotto contro una città. Che baldoria ci fu quel 16 maggio 2006. Girava voce che ci sarebbero stati parecchi talent scout in casa del Fiorenzuola nello stadio Comunale con una capienza di soli 5000 posti a sedere. L’unica nota positiva era che avremmo giocato in casa.

La prima partita delle tre, cioè la terzultima giornata contro la Folgore, la vincemmo 2-0 con un gol di Maggiari, il numero 8 e pilastro del centrocampo che con una pennellata la mise alle spalle del portiere. Poi il mister mi fece entrare e non per prendere il posto del mio amico-rivale Marco Bevilascqua, ma del numero 9 Pisano, poiché si infortunò in uno scontro con il terzino di Monza e Brianza. E così il secondo gol lo propiziai a Marco. Grazie a un triangolo con l’ala la misi al centro dove sbucò lui, rapace, che con un rasoterra infilò il portiere.

Contro il Venezia non fu, ricordo, una bella giornata. Nonostante la primavera avesse già fatto capolino e sentissi che sarei potuto essere titolare con il “mio” numero 11, poiché, sì, nella precedente aveva segnato Marco, ma ero stato io propiziare il gol. Sapevo, poi, della fiducia che il mister nutriva nei miei confronti. Ho negli occhi l’immagine di quando, tutti assieme, stavamo con la testa china carica di pensieri e alla voce del mister sentii un tonfo al cuore nell’udire: Numero undici…Marco Bevilacqua”. Ancora una volta.

Mi ero impegnato a fondo negli allenamenti. Avevo fatto un ottimo assist a soli dieci minuti di gioco dalla mia entrata in campo e per di più per l’amico che, però, iniziavo a non sentire più così fraterno dopo l’ultima sentenza da parte dell’allenatore.

Eppure, contro le maglie nere-arancio del Venezia vincemmo uno a zero con gol su rigore di Piasano, il nostro attaccante numero 9. Fu una partita ostica, nonostante il Venezia veleggiasse in centro classifica. Ma in trasferta e con quel tempo lagunare la partita si risolse con una rete striminzita e la mia entrata in campo a soli dieci minuti dalla fine al posto del mio ormai unico rivale non cambiò l’inerzia della gara. Adesso le cose stavano così: Fiorenzuola a 74 punti e anche il Piacenza ne aveva vinte due consecutive. L’ultima contro il Brescia 2-1. E poi c’era terza la Cremonese, che nelle ultime due giornate aveva perso il passo con una sconfitta e un pareggio, tanto che si era trovata a pari punti con l’Atalanta.

Finalmente l’ultima partita la giocammo il 16 Maggio 2006. Lo stadio era gremito. I colori rossi e neri del Fiorenzuola e bianchi e rossi del Piacenza spiccavano sotto il sole di una bel sabato pomeriggio di maggio. Per il grande evento nonostante il paese non fosse poi così grande, furono prese precauzioni straordinarie.

La mia adrenalina era a mille, perché sapevo benissimo di giocare titolare, visto che una brutta febbre aveva mezzo ko Bevilacqua…o almeno così dissi a compagni e allenatore.

(Fine prima parte)

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