Inter-Pordenone dagli occhi di un ramarro

Prima alla Scala

Il Pordenone è reduce dalla storica trasferta di Milano contro l’Inter negli ottavi di coppa Italia.
Per la società questo risultato è il frutto di tanto duro lavoro negli anni, mentre per la squadra la gara del Meazza è stata la miglior vetrina possibile per mettere in mostra la bontà del progetto tecnico di Colucci. Per i tifosi, invece, è stato semplicemente un sogno.

Sono circa le 23:30 quando Nagatomo si avvicina al dischetto del rigore. Parodi ha appena sbagliato il settimo penalty dopo essere stato ipnotizzato da Padelli, una delle seconde linee schierate da Spalletti in questo ottavo di finale di Coppa Italia. Esatto, seconde linee. Inter – Pordenone doveva essere una palestra per gli uomini di Spalletti, che aveva schierato alcune tra le riserve che facevano fatica a trovare spazio in campionato, e una gita per i ragazzi di Colucci, riusciti ad arrivare a questo punto del torneo a suon di imprese dopo un rocambolesco 3-2 in rimonta con il Lecce e con l’impresa di Cagliari ancora stampata nelle menti di tutti i ramarri in campo, in panchina e sugli spalti.
Il campo, purtroppo o per fortuna, ha detto altro. L’Inter, nonostante il maggior tasso tecnico ha faticato a creare delle occasioni nitide mentre il Pordenone, giocando senza snaturare la propria identità, è riuscito a creare più di qualche difficoltà ai nerazzurri, obbligandoli prima ai supplementari e poi ai rigori.

Pordenone

Sono circa le 23:30 quando Nagatomo, dopo aver rallentato la rincorsa, spiazza Perilli e fa vincere una gara sofferta all’Inter. I 4500 tifosi arrivati dalla piccola provincia friulana, fieri della prestazione dei ramarri, si alzano subito in piedi ad applaudire, con gli occhi pieni di orgoglio e di un pizzico di tristezza che non nasconde il fatto che – in fin dei conti – un po’ ci credevano tutti a fare il ‘colpaccio’ arrivati a quel punto della gara. Ma a mente fredda, poco dopo, si è realizzato ciò che è successo.

Il Meazza è deserto, tutti i tifosi dell’Inter stanno già guidando verso le loro case. All’interno di quello che è stato il teatro delle imprese più grandi di tante squadre leggendarie come il Milan di Sacchi o l’Inter di Mou, sono rimasti solo i tifosi del piccolo Pordenone, tornato a giocare tra i professionisti da tre anni e mezzo e costruito piano piano per raggiungere le zone alte della Serie C, che è riuscito a tenere testa alla prima in classifica del massimo campionato nazionale.
Inter – Pordenone, però, non è stata la storia di Davide al cospetto di Golia, non è stata la storia della piccola squadra proletaria che soccombe al cospetto della nobiltà del calcio nazionale. Inter – Pordenone è stata una partita che ha rappresentato un manifesto ideologico, un insegnamento di vita più che una lezione di calcio. I ragazzi di Colucci hanno – ovviamente – sofferto ma, allo stesso tempo, hanno giocato come hanno sempre fatto: scambi di prima, giocate veloci, disimpegni eseguiti senza mai buttare via il pallone e tutti le altre caratteristiche che hanno reso il Pordenone una delle squadre più divertenti della Serie C.

Io c’ero allo stadio e penso, come tutti gli altri 4500 cuori neroverdi presenti, di aver assistito a qualcosa di più di una partita di calcio. E’ probabilmente vero che di tutti i supporters friulani in trasferta saranno ad occhio e croce meno della metà quelli che continueranno a seguire il Pienne dopo questa epopea e probabilmente solo un quarto quelli che frequentano abitualmente il ‘Botecchia’, piccolo velodromo in cui il Pordenone gioca le sue gare casalinghe.
Nonostante questo, penso che allo stesso tempo sia altrettanto vero che tutti i presenti e gli spettatori da casa ricorderanno questo Pordenone che, spregiudicato e coraggioso, sfida l’Inter continuando a proporre la propria idea di gioco. Si ricorderanno tutti di questo Pordenone a tratti esaltante che non ha fatto pesare le tante ore di trasferta a cui i tifosi neroverdi non sono abituati, che non ha fatto pesare il freddo di San Siro o le occhiaie che i presenti hanno sfoggiato a lavoro o a scuola il giorno dopo. Perché questo Pordenone non ha solo sfiorato l’impresa.

Questo Pordenone ha vinto una partita forse più grande, unendo una terra in cui il calcio negli ultimi anni non ha mai ricoperto un ruolo di enorme importanza e ha spiegato a tutta Italia una cosa importante: nel paese in cui imperversa il culto della vittoria, i ragazzi guidati da capitan Stefani hanno dimostrato che la cosa più importante è cercare una propria identità e perseguire degli ideali. Così facendo, i risultati e le soddisfazioni verranno da sé.

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