“Sono gay e smetto di giocare. Vi spiego il perché.”

Da oggi prendo la mia divisa numero 7 e la appendo per sempre in qualche angolo remoto dell’armadio.

Mia madre non capisce, e mi chiede cosa succede, come mai. Mio padre invece ha già capito. E stringe i pugni dalla rabbia. Lui ci è già stato, in uno spogliatoio. Sa come vanno certe cose.

E pensare che c’era stato un momento in cui pensavo che il più grosso ostacolo da superare sarebbe stato lui, quell’ex roccioso difensore dal volto severo che chiamo papà. Avevo paura che si infuriasse, che non capisse. Ma invece di arrabbiarsi e di entrare in tackle scivolato su di me, la sua reazione era stata semplice e speciale: uno sguardo silenzioso ed un abbraccio.

Da quando si è saputo, lo spogliatoio non è più stato quello di prima. Il mio allenatore un giorno mi ha preso da parte chiedendomi se queste voci che aveva sentito erano vere. Alla mia risposta affermativa, si era limitato a dire che non sarebbe cambiato nulla. Ma non è stato proprio così. Anche il semplice fatto che non faccia più gli scherzi e le battute di prime se si tratta di me mi fa sentire a disagio. A me non davano fastidio, faceva parte del vivere lo spogliatoio, mi facevano sentire a casa.

Ma la cosa che mi ha fatto più male è stata la reazione della squadra. Abbiamo affrontato partite sotto la neve, campi di ghiaia, arbitri ciechi, allenamenti estenuanti, squadre fortissime e avversari rognosi, ma l’abbiamo fatto sempre insieme, facendoci forza l’un l’altro. E invece ora, alcuni compagni hanno iniziato a tenermi a distanza. Alcuni sono venuti a parlarmi, rassicurandomi che non sarebbe stato un problema. Ma non ne sentivo alcun bisogno. Anzi, in questo modo mi hanno fatto notare di vedermi in modo diverso. Alcuni sono semplicemente rimasti miei amici. Ma il peggio sono stati quelli che silenziosamente hanno iniziato a evitarmi.

Non li incolpo di nulla, ma questa cosa mi ha ferito. Quelli che per anni ho chiamato compagni, che hanno sacrificato per me tutto quello che io ho sacrificato per loro sui campi da gioco, sputando sangue e versando lacrime, tendendo la mano quando qualcuno era a terra e portandolo via di forza se gli animi iniziavano a surriscaldarsi. Quelle stesse persone ora mi evitano come se fossi un appestato. Perché nel 2017, se la sera dopo gli allenamenti esci con il ragazzo che ami, per lo spogliatoio, o per parte di esso, sei un appestato, qualcuno da evitare.

Per questo, mamma, tuo figlio diciassettenne da oggi lascia la sua passione più grande, che non è riuscita ad accettarlo per quello che è.

 

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